Per che cosa combattiamo: saperlo è importante
in ogni circostanza, e lo fu in particolare nell’ultima guerra, dopo le
inutili carneficine del ’14-’18, tanto che Frank Capra titolò così una
serie di documentari sul nazismo e sugli ideali che motivavano gli americani.
E se la consapevolezza fu importante allora, ancor più lo è oggi. Oggi
infatti non sappiamo bene da dove venga la minaccia e quale sia il volto
del nemico, anche se ne conosciamo l’immane potere distruttore. Non sappiamo
neppure se l’attentato contro i simboli dell’America - Manhattan e Pentagono
- sia equiparabile a una guerra classica, cui si risponde con offensive
tali da debellare il pericolo entro un tempo circoscritto.
A meno di non essere suicidi questo non
è uno scontro tra culture che ha come bersaglio l’Islam, e l’Occidente
che si arma contro un miliardo di musulmani è immagine da incubo. L’obiettivo
è al tempo stesso più modesto e più impervio: si tratta di colpire un
terrore nichilista che agisce al momento in nome dell’Islam, e di pensare
un mondo in cui questo tipo di violenza è destinato a moltiplicarsi, per
il semplice fatto di essere inafferrabile e non identificabile con uno
Stato, una religione, una determinata politica. Nelle future guerre contro
il nichilismo armato conviene sapere quel che esso odia di più, e che
più invidia: in altre parole bisogna sapere chi siamo, di quale pasta
è fatta la civiltà che rappresentiamo e che incute tanto risentimento.
Solo su questa base è possibile una scelta avveduta, non rovinosa, di
amici e alleati. Solo su questa base è ipotizzabile quell’intesa con Mosca
e Pechino che tanti - a cominciare da Kissinger e dallo storico militare
John Keegan su questo giornale - invocano con urgenza.
La popolazione americana sta dimostrando
ciò di cui è capace una democrazia: la compostezza, lo straordinario slancio
pionieristico di solidarietà, il patriottismo di chi non vuol aver paura
della paura. Probabilmente ci sono stati atti intolleranti ma chi ha guardato
la Cnn sarà rimasto stupito: non una parola d’odio, un tono vendicativo
verso la fede coranica. Nessun popolo nasce a tal punto perseverante,
fermo, rattenuto: sono necessarie una cultura dei diritti e del contratto,
un’abitudine a respingere la vendetta mafiosa, un’obbedienza istintiva
alla convivenza e al conversare cittadino. E’ necessario il regno delle
leggi garantito da uno Stato di diritto. Il terrorista si propone di annientarlo
e può pensare di poterlo fare, perché le società aperte sono immensamente
fragili a causa di tale apertura. Ma sono anche forti, a causa del modello
civile.
Nessun regime ha analoga irradiazione.
Nessun altro può accampare il diritto all’ingerenza umanitaria, e questo
spiega i risentimenti come l’invidia. Né Mosca né Pechino possiedono simile
patrimonio, anche quando pretendono di combattere la stessa battaglia
anti-integralista. Lo si vide dopo gli attentati in Russia, nel ’99. Il
premier Putin annunciò con toni malavitosi: «Cacceremo i terroristi fin
dentro i cessi». E prima di sapere chi fossero i colpevoli i moscoviti
si misero a caccia del vicino di casa ceceno. L’ex dissidente Kowaliov
mi confermò che la lotta antiterrorista era fatta per attizzare razzismo
e ridurre le libertà civili. In molte città vi furono pogrom contro i
caucasici. Lo stesso in Cina: le sommosse musulmane nella regione dello
Xinjiang furono represse nel sangue, nel ’97-’98.
Il patto con Mosca e Pechino può rivelarsi
una necessità tattica, così come fu una necessità patteggiare con il diavolo-Stalin
per abbattere il diavolo-Hitler. E’ l’alleanza strategica che può rivelarsi
distruttiva, per il patrimonio difeso dalle democrazie. E’ l’enorme fascino
esercitato sulle menti dalla spregiudicatezza, dalla brutalità che anima
le campagne russe e cinesi contro l’Islam. Allearsi ideologicamente con
il Cremlino - nella Nato o nel G8 - significa proprio questo: integrare
il suo metodo e quello di Milosevic, per condurre cosiddette guerre di
civiltà con l’arma dello sterminio: radere al suolo città come Grozny,
colpire e torturare i civili per impaurirli, contravvenire a ogni regola
di civiltà, alle leggi di pace e di guerra, liquidando prigionieri e terrorizzando
anziani, vedove, bambini.
Per l’Occidente non sarebbe solo la rinuncia
a sapere Why We Fight. L’abbandono della morale - dei costumi e leggi
che ci hanno educati - sarebbe devastante per il morale dei combattenti
e la loro riuscita. Si sa quel che è accaduto in Cecenia: se oggi c’è
un fanatismo che può prevalere, è in ragione della guerra annientatrice
di Eltsin e Putin. Non è il terrore islamico che l’ha prodotta, ma è la
guerra che ha generato integralismi poi sfruttati da Bin Laden. Una simile
scelta strategica vorrebbe dire che si sa poco, di quelle che sono chiamate
le guerre del secolo XXI. Guerre non votate a concludersi presto, con
definitive battaglie, ma che assedieranno le democrazie per anni. Guerre
che non è l’Islam in quanto tale a condurre, contro il modello occidentale,
ma che vedono schierato contro l’Occidente un nichilismo proteiforme,
folle di Dio o del nulla, somigliante a una piovra più che a uno Stato.
E’ il caso di ricordare che gli arabi musulmani
non hanno inventato l’omicidio kamikaze, e che non v’è traccia di esso
nella loro storia. L’hanno osservato in occasione del primo attentato
suicida della storia, commesso il 30 maggio ’72 da tre studenti giapponesi
del gruppo anarchico-trotzkista Armata Rossa, all’aeroporto Lod di Tel
Aviv. Il giorno dopo Gheddafi invitò i fedain a «imitare il coraggio degli
attentatori», e l’Armata Rossa che voleva espiare le colpe dei kamikaze
imperiali fu ingaggiata come addestratrice nei campi palestinesi. Il male
non è dunque iscritto nei testi coranici ma nel secolo che abbiamo alle
spalle. Contro le sue perversioni vale la pena mobilitarsi, ma non ripetendo
i disastri o preparandone nuovi.
Non ci si mobilita soltanto in nome del
mercato e della superiorità tecnologica, perché i despoti sono ormai fautori
del capitalismo e la superiorità tecnologica si è infranta a Manhattan.
Ci si mobilita per nuove guerre umanitarie, elaborando un diritto internazionale
basato sul rispetto della persona. E’ l’unico conflitto vincibile, a meno
di non voler entrare nel 2000 con il vecchio secolo nel bagaglio, e affilare
i coltelli per nuove spartizioni tipo Yalta e nuove guerre di sterminio.
Barbara Spinelli
Editoriale pubblicato su La Stampa del
16 settembre 2001
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