La guerra dei mondi

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La guerra dei mondi

di Valerio Evangelisti *

Una frase ricorrente sulla stampa e nei commenti giornalistici, dopo gli attentati che hanno colpito gli Stati Uniti l'11 settembre 2001, era che la fantascienza fosse stata superata dalla realtà, o non avesse potuto prevedere nulla di altrettanto grave. Sarebbe stupido, anche se facile, tentare qui di dimostrare il contrario: si tratta di un primato che può interessare solo gli imbecilli. Semmai, si può osservare malevolmente che se la fantascienza ha quanto meno abbozzato eventi simili, il grosso della letteratura italiana mid-cult fatta passare per "seria", "alta", "vera" o quant'altro, con il suo insistito disinteresse per il presente, non li ha né ipotizzati, né sfiorati, né ha mai descritto i quadri che potessero generarli. Ma insistere su questa verità sarebbe ancora una volta impegnarsi in una competizione idiota, e conviene limitarsi a registrare il dato.

In realtà, nella narrativa popolare, e nella fantascienza in primo luogo, si trovano descrizioni di guerre spettacolari combattute contro un nemico malvagio e incomprensibile, dotato di determinazione fredda e spietata. Già La guerra dei mondi di Wells metteva in scena stragi apocalittiche attuate da creature-macchina votate alla pura distruzione, e capaci di mettere in crisi tutte le strutture di una società. In anni molto più recenti, il film Independence Day ha poi volgarizzato il concetto, facendo scontrare gli Stati Uniti, investiti del comando dell'intero pianeta, con mostri omicidi piombati dal cielo.

Nell'un caso e nell'altro, però, non esisteva alcuna connessione, alcuna somiglianza nemmeno biologica tra aggrediti e aggressori. L'innocenza dei primi era pacifica, come in fondo anche quella dei secondi, vista la differente appartenenza di specie. Ebbene, è proprio qui, e non nelle dimensioni e nell'orrore dei massacri, che la fantascienza si è rivelata davvero carente nella sua ipotetica vocazione alla previsione. Non ha saputo, cioè, essere tanto sottile da sospettare un rapporto di filiazione tra vittime e aguzzini, tanto da ipotizzare un retroterra di intercambiabilità. Quale storia comune potrebbe legare gli uomini a creature di Marte o di mondi ancora più ignoti?

Ovviamente, a questo punto qualcuno dirà che ciò si applica anche alla distruzione delle Twin Towers di New York e di un'ala del Pentagono. In effetti, così sembrerebbe: fanatici integralisti contro gente civile, assassini votati al suicidio contro cittadini incolpevoli. Bene, anche se le grandezze e i valori sono effettivamente quelli, la loro interazione cambia. Cercherò di dimostrarlo in maniera inconsueta, abbozzando un racconto di fantascienza che lascerò ad altri sviluppare (oppure lo farò io, quando ne avrò tempo e voglia).

E' l'11 settembre 2001. Dopo il primo aereo, anche un secondo si è schiantato contro le Twin Towers. In volo sull'Air Force One il presidente degli Stati Uniti, in piedi davanti a uno schermo, assiste inorridito alla scena. Ma non si lascia prendere dal panico. Da pochi mesi è stata inventata la macchina definitiva antiterrorismo, stupendo gioiello di tecnologia. Subito chiama le sale più profonde e segrete del Pentagono, rimaste intatte, e ordina che sia attivata.

Si tratta di un congegno totalmente automatico, capace di riportare il mondo a qualche ora prima (come e perché dovrà essere il futuro scrittore a descriverlo: la cosa avrà probabilmente a che fare col tempo e con lo spazio). Mentre ciò avviene, la macchina rimane fuori dal tessuto temporale e i due elaboratori di cui si compone entrano in azione. Uno, per motivi tecnici leggermente più veloce dell'altro, analizza tutti i dati in suo possesso fino a individuare in dettaglio il mandante e responsabile principale dell'atto terroristico. Il secondo elaboratore, dal canto proprio, è un centro operativo capace, sulla base di raffronti con una massa di precedenti, di decidere l'azione più efficace per colpire i terroristi, impartendo gli ordini del caso – indiscutibili e precisi – agli organi militari statunitensi del tempo precedente l'azione. Questi possono così colpire tempestivamente e nel modo più adeguato i mandanti, prevenendo l'attentato.

Tutto funziona per il meglio. La macchina scompare in una bolla fuori dal tempo e inizia a operare. Gonfio di dati, l'elaboratore 1 non ci mette molto a individuare il responsabile della distruzione delle Twin Towers. Si tratta di Osama Bin Laden, noto leader terrorista. Una memoria segnala che fino a pochi anni prima era registrato dagli USA quale “Combattente della libertà”, ma la qualifica era stata corretta da tempo. L'elaboratore trasmette l'informazione al computer gemello.

L'elaboratore 2 subito classifica il caso. Bin Laden. Tipologia: individuo isolato, a capo di una rete ostile agli Stati Uniti. Nella memoria del computer scorrono rapidissime le soluzioni a un caso del genere trovate in passato dagli USA o dai loro alleati. Ricchissimo in tal senso l'archivio elettronico israeliano, colmo di uccisioni individuali: da intellettuali palestinesi come i coniugi Khader o Ghassan Kanafani, fino al caso recentissimo di Abu Ali Mustafa, passando per centinaia d'altri.

L'elaboratore 2, trovata una tecnica conveniente di uccisione, sta per trasmettere l'ordine quando il suo confratello lo blocca. Un ulteriore vaglio dei dati ha fatto emergere un responsabile più importante. Si tratta dell'Afghanistan, in cui Bin Laden e le sue bande hanno trovato rifugio. In alcune memorie il paese è registrato come alleato degli USA fino a due anni prima (nel tempo), ma l'informazione è stata rettificata.

Scatta l'elaboratore 2. Afghanistan. Tipologia: paese povero, dotato di armi convenzionali. Possibili reazioni: invasione diretta come a Grenada o a Panama (soluzione scartata: il territorio è troppo grande), logorio tramite creazione di presunto esercito guerrigliero, come in Nicaragua, nel Kossovo o in Macedonia (soluzione scartata: troppo lento), colpo di Stato militare come in Cile, in Argentina o in altri paesi latinoamericani (soluzione scartata: troppo macchinoso), acquisizione della fedeltà tramite benefici economici, come in Birmania, in Turchia, nelle Filippine di Marcos o in altri paesi totalitari (soluzione scartata: trattasi di dittatura imbevuta di ideologia), e così via.

L'elaboratore 2 sta cominciando a ideare la contromisura ideale quando l'altro computer lo blocca di nuovo. L'ulteriore vaglio dei dati dice che l'Afghanistan dei Talebani è una creazione diretta del Pakistan, che d'altronde ha con Bin Laden eccellenti rapporti. E' il Pakistan al vertice della piramide di responsabilità. Vero è che tutte le memorie segnalano il Pakistan come fedelissimo alleato degli USA, ma l'indicatore principale, chiamato INA (Interesse Nazionale Americano, conosciuto all'esterno col nomignolo paravento di D, Democrazia), dice che si può prescindere, data la pesantissima responsabilità oggettiva.

L'elaboratore 2 si rimette al lavoro. Pakistan. Tipologia: Stato con esercito ad armamento progredito e in possesso di testate nucleari. Possibili reazioni, scartate invasione o confronto al suolo: deterrenza tramite bombardamenti mirati con effetto collaterale di vittime umane, come in Serbia (scartato: troppo costoso), inquinamento permanente del suolo con danni genetici ai nascituri, come in Vietnam (scartato: richiederebbe preventiva guerra dispiegata), diffusione di miseria e malattie tramite blocco economico, come in Iraq, a Cuba, in Nicaragua (scartato: troppo lungo), azione dissuasiva esemplare attraverso abbattimento di aerei civili, come nel caso delle Bahamas (scartato, poco significativo), stragi minatorie come in Italia (scartato: di ambigua attribuzione e privo di valore di monito) e via dicendo.

L'elaboratore 2, sia pure faticosamente, sta però per giungere a formulare un piano d'azione soddisfacente, e anzi per trasmettere l'ordine d'attacco, quando il gemello lo interrompe ancora una volta. Tutti i dati disponibili dicono che il Pakistan non è solo alleato degli Stati Uniti d'America, ma ne è finanziato, sorretto nel sistema politico, incoraggiato nelle pretese espansive. I circuiti dell'INA si arroventano, ma non c'è memoria che non trasmetta una verità inconfutabile: al vertice della catena di responsabilità ci sono gli USA stessi.

Il lavoro dell'elaboratore 2 si fa difficilissimo. Stati Uniti d'America. Tipologia: unica. Si tratta del paese più potente della terra. Possibili reazioni da adottare: scartate quasi tutte. Tra le poche degne di nota, resta l'ipotesi di un'azione non determinante ma altamente spettacolare (scorrono nelle memorie del computer le immagini del grattacielo della tv di Belgrado sforacchiato dai missili), meglio se affidata a uomini pronti alla morte in nome di una causa qualsiasi.

L'elaboratore 2 trasmette per verifica l'ipotesi all'altro computer. L'unico dato contrastante che ne riceve riguarda le vittime umane, dette anche “effetti collaterali”, ma non è tale da bloccare un'azione di guerra. Non vi sono precedenti recenti in tal senso.

L'elaboratore 2 comunica l'ordine. L'elaboratore 1 non interviene a impedirlo.

Il tutto si è svolto nello spazio di pochi istanti, se fuori del tempo esistessero gli istanti. Nella scena finale, il presidente degli Stati Uniti osserva allibito sullo schermo un secondo aereo che si schianta contro le Twin Towers. Chiama i sotterranei del Pentagono e ordina che sia attivata la macchina antiterrorismo. Gli rispondono preoccupati che non riescono più a trovarla.


Non vorrei che questa piccola parabola fosse male interpretata. Non sto dicendo che gli Stati Uniti abbiano commesso un attentato contro se stessi. Sto invece affermando che possiamo esimerci dall'attribuire cause, premesse e brodi di coltura a mostri venuti dallo spazio. Non possiamo invece farlo, se non per deliberata censura od omertà, quando i mostri provengono dal nostro stesso globo terracqueo.

C'è però chi si diverte a farlo, e arriva a descrivere “le masse arabe e le popolazioni musulmane dell'Asia centrale, dell'India, dell'Indonesia” con parole che meritano di essere riportate: “Queste masse di straccioni, di ammalati, di analfabeti non hanno la forza di sollevarsi al di sopra del piatto di minestra che gli offre la missione o il volontariato senza frontiere quando può o come può. Queste masse sono separate tra loro e indifferenti a quanto di simile accade al loro vicino. Vivono per sopravvivere.” (Eugenio Scalfari, in La Repubblica, 16 settembre 2001). Starebbero in questa subumanità – e probabilmente è vero – le radici del terrorismo integralista.

Dalla premessa dovrebbe scaturire una conseguenza ovvia: operare per fare in modo che straccioni, ammalati e analfabeti non siano più tali, cosa che probabilmente smorzerebbe la loro rabbia cieca. Ma all'illustre editorialista (“di sinistra”, ma sarebbe meglio dire sinistro) ciò sfugge, e passa immediatamente a vagliare il tipo di guerra più adatto per schiacciare quelle plebi. Così malattia, povertà e analfabetismo si trasformano, da sciagure, in caratteristiche genetiche, supportate, a livello psicologico, “da una divorante invidia esistenziale: invidiano e quindi odiano l'Occidente e in specialissimo modo gli Stati Uniti d'America, cioè l'impero del benessere, della forza, del potere e in particolare il centro dell'impero”.

marziani di Wells erano in fondo più umani di questa marmaglia formicolante, famelica per natura, invidiosa per cultura e ignorante per scelta. Tanto più che, nella penna dell'ineffabile Scalfari, resta chissà perché la circostanza dell'uso che “l'impero del benessere, della forza, del potere” ha fatto delle orde di cavallette a due zampe tutte le volte che gli ha fatto comodo, e specialmente quando si trattava di combattere regimi socialisti o governi anche solo progressisti (a proposito di Indonesia, la strage di centinaia di migliaia di contadini sospetti comunisti, torturati, mutilati, gettati vivi nelle caldaie delle locomotive, non la ricorda nessuno; altrimenti bisognerebbe ricordare anche il mandante).

Contro il terrorismo umano potrebbero esistere l'equità degli scambi, lo spegnimento dei focolai di conflitto (Palestina in primo luogo), la fine delle rapine economiche, la correzione degli squilibri. Ma contro il terrorismo marziano non c'è che il ricorso alla violenza, base di ogni impero. E l'uso di una macchina antiterrorismo che funziona molto meglio dell'elaboratore 1 e dell'elaboratore 2 del raccontino: la cancellazione della memoria. Meccanismo che, una volta attivato, scongiura eventi calamitosi, tipo cercare una genealogia ai marziani. Oppure scenari assurdi: se dedicassimo tre minuti di silenzio a ognuno dei massacri di vittime innocenti attuati, incoraggiati, ispirati o tollerati dagli Stati Uniti negli ultimi decenni, dovremmo probabilmente starcene zitti per parecchi mesi (ecco il tema per un altro raccontino di fantascienza).

Sia benedetta l'assenza di memoria: lievito di guerre giuste, sostegno di governi infami (quello italiano, per citarne uno a caso), premessa di consenso a qualsiasi porcheria. Oggi la sua forma scientifica si chiama revisionismo storico. Molto più di una scuola di pensiero: una filosofia di vita, di cui si cerca di fare una componente genetica come l' “invidia” dei miserabili individuata dal buon Eugenio.

Gira e rigira si torna a Orwell e a 1984. Sono lì, a ben vedere, le vere chiavi di lettura del nostro tristissimo presente.

* Valerio Evangelisti, autore italiano di fantascienza. L'articolo è uscito nel numero di ottobre di Carmilla 4.

 



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